la danza

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sabato 4 febbraio 2012

dati e bisogni dell'immigrazione a Firenze

La presenza degli immigrati nella città di Firenze è notevole, basta considerare alcuni dati. Alla Questura si presentano in media 200 persone al giorno per richiedere o rinnovare il permesso di soggiorno. La popolazione residente si attesta a 372.826 persone, di cui 51.007 sono straniere ( dati dell’Ufficio Comunale di Statistica, maggio 2010 ). La comunità più numerosa è quella dei rumeni, seguita da quelle dei cinesi, albanesi, peruviani, filippini e cinesi. Tra i cittadini europei più presenti il primato spetta ai tedeschi, seguiti da inglesi e francesi. Da un punto di vista religioso si registra un 34% di musulmani, un 29,9% di cattolici, un 6,4% di religioni orientali e un 7,4% di altre religioni.

I quartieri più cosmopoliti sono il centro storico e il quartiere 5. Il numero degli irregolari si può stimare come pari a 1/3 dei regolari. Nel 2009 in città sono nati 938 bambini che hanno almeno un genitore di origine straniera. L’Ufficio Comunale di Statistica prevede che nel 2025 i residenti supereranno complessivamente le 390.000 unità. Firenze sarà una città più multietnica e meno anziana, grazie soprattutto ai figli degli immigrati.

Questi numeri rendono indispensabili le politiche ben strutturate e lungimiranti per favorire l’integrazione, non più provvedimenti occasionali e puramente assistenzialistici. Si deve lavorare sul riconoscimento del diritto di voto per le elezioni amministrative, sulla prevenzione di scontri e fenomeni di discriminazione e sull’alfabetizzazione con corsi gratuiti di lingua italiana. Resta aperta una questione molto sentita da numerose associazioni e istituzioni locali: la necessità di riformare la Legge n. 91 del 5 febbraio del 1992.

Alcuni governi europei, tra cui quelli di Svezia e Finlandia, da diversi alcuni anni hanno lanciato i cosiddetti PROGRAMMI INTRODUTTIVI per la fase iniziale del soggiorno degli immigrati. Tali programmi sono stati adattati e adottati dai singoli comuni. In linea generale, Firenze potrebbe disporre un suo programma che preveda:

1 l’insegnamento della lingua;

2 l’orientamento civico ( questioni pratiche e amministrative, come l’accesso alle attività socio-economiche e culturali );

3 la formazione professionale per l’inserimento nel mercato del lavoro.

Gli enti pubblici devono impegnarsi per rendere i loro servizi sempre più accessibili agli immigrati. Un primo passo sarebbe stabilire la competenza interculturale come un requisito per l’assunzione del personale interno; una tale competenza permette di garantire qualità ed efficienza nell’assegnazione dei fondi alle associazioni per i loro progetti sull’integrazione e nell’attuazione di un programma introduttivo.

giovedì 26 gennaio 2012

uno ius 91 assurdo

Con la Legge del 5 febbraio 1992 n. 91 sulla cittadinanza, un bambino nato in Italia da genitori stranieri può diventare cittadino italiano solo dopo il compimento del 18° anno di età, se lo richiede e se risulta ininterrottamente residente sul suolo italiano senza cancellazioni all’anagrafe dalla residenza di 6 mesi e se, all’atto dell’acquisto, è residente e fa parte del nucleo familiare di origine. UNA NORMA TROPPO RESTRITTIVA!
CASO PARADOSSALE: i bambini, che nascono da genitori stranieri nati anche loro in Italia, si ritrovano senza alcuna cittadinanza!!! Per questi casi, l’ITALIA SONO ANCH’IO prevede la concessione della cittadinanza immediatamente!
L’Italia nel 1992 non ha ratificato la Convenzione di Strasburgo alla lettera C, che riguarda il diritto di voto amministrativo per gli stranieri regolarmente residenti.
UNA PRECISAZIONE: con la proposta L’ITALIA SONO ANCH’IO, una coppia di stranieri non può ottenere la cittadinanza del nascituro semplicemente programmando la sua nascita in Italia, poiché uno dei due adulti deve rispondere al requisito di legalità del soggiorno di almeno un anno.
BASTA CON I TEMPI LUNGHI! Si propone che i procedimenti amministrativi per l’acquisizione della cittadinanza abbiamo un termine massimo improrogabile di 24 mesi. Non è possibile accettare tempi lunghi con un’alta discrezionalità! In caso di superamento dei tempi stabiliti l’istanza si considera accolta.
Per i dettagli delle proposte di legge della campagna sulla cittadinanza L’ITALIA SONO ANCH’IO, si rinvia al seguente link: http://www.litaliasonoanchio.it/index.php?id=572

mercoledì 4 gennaio 2012

un bugiardino per i sintomi ortografici più comuni

Sì!

No!

Qual è …… ( è un troncamento, non un’elisione )

Qual’è

Un po’ ( è un troncamento particolare poiché si scrive con l’apostrofo )

Un pò

Un amico ( l’articolo maschile singolare non si scrive mai con l’apostrofo )

Un’amico

Fu ( terza persona singolare del passato remoto del verbo essere ), sta, sto.

Fù, stà, stò.

Piogge (la ‘g’ è preceduta da un’altra consonante)

Pioggie

Camicie ( la ‘c’ è preceduta da una vocale)

Camice

Soqquadro ( è l’unica parola con la doppia ‘q’ )

Socquadro

Claudia ti dà una mano ( la voce verbale ‘dà’ con l’accento per non confondersi con ‘da’ preposizione semplice )

Cluadia ti da una mano

Non voglio né la carne né il pesce ( la negazione ‘né’ con l’accento per non confondersi con ‘ne’ pronome, p.e. “non ne ho più” )

Non voglio ne la carne ne il pesce.

Ha portato con sé il suo gatto ( il pronome ‘sé’ con l’accento per non confondersi con ‘se’ congiunzione, p.e. “ci vado se viene anche lui” )

Ha portato con se il suo gatto.

Sì, ho capito ( l’avverbio ‘sì’ con l’accento per non confondersi con ‘si’ particella pronominale, p.e. “si lava di denti la sera” )

Si, ho capito

Versami un po’ di tè ( il sostantivo ‘tè’ con l’accento per non confondersi con ‘te’ pronome personale complemento, p.e. “partirei con te” )

Versami un po di te

martedì 3 gennaio 2012

posso facilitare l'apprendimento della lingua italiana con gli audiovisivi

La lingua italiana viene appresa in maniera spontanea attraverso la televisione a Malta e in Albania. Gli Albanesi sono spinti dal miraggio di un paradiso economico sull’altra costa, mentre i Maltesi dalla preferenza dei programmi italiani rispetto a quelli locali. Nell’isola di Malta la lingua nazionale è il maltese, una lingua semitica, ma si parla anche l’inglese, poiché fino al 1964 l’isola è stata una colonia britannica. Studi condotti recentemente sull’isola affermano che l’italiano ha un ruolo di notevole rilievo tanto che non si può considerare una lingua straniera qualsiasi. Chi è esposto regolarmente all’italiano, riesce ad acquisire un’ottima competenza per quanto riguarda la comprensione orale della lingua italiana, buone o sufficienti risultano invece le competenze per la produzione orale. L’esperienza maltese dimostra che i mezzi di comunicazione possono essere uno strumento didattico di grande importanza nell’insegnamento di una lingua straniera.

Gli audiovisivi riproducono suoni ed immagini, permettendo contemporaneamente di udire e di vedere. Presentano visivamente un contesto e fanno perno sulla dinamica situazionale per aiutare la comprensione. Lo studente riceve un input uditivo e visivo. Sono considerati audiovisivi:

- i video didattici,

- le registrazioni autentiche,

- i film,

- le previsioni del tempo,

- la pubblicità,

- i telegiornali.

Per insegnare la lingua italiana con gli audiovisivi occorre:

- saper selezionare i modelli linguistici e culturali più adeguati ai propri studenti;

- saper didattizzare i diversi materiali audiovisivi.

I video sono disponibili con CD-ROM, DVD, televisione e internet. Si possono scegliere video didattici o si può costruire un nuovo materiale registrando, per esempio, una trasmissione televisiva.

Attraverso i video si possono far notare le diverse varietà linguistiche dell’italiano ( repertorio delle varietà linguistiche di Sabatini:1 italiano standard, 2 italiano dell’uso medio o neo-standard, 3 italiano regionale delle classi colte, 4 italiano regionale delle classi popolari, 5 dialetto regionale o provinciale,

6 dialetto locale). Un film doppiato presenta un italiano dell’uso medio o standard, un talk show un italiano dell’uso medio molto informale, un film ambientato a Roma un italiano regionale delle classi popolari.

Bisogna soffermarsi anche sulle componenti non verbali del video:

- l’intonazione,

- il ritmo,

- i gesti,

- le distanze fra gli interlocutori,

- gli oggetti,

- stili di vita e modelli comportamentali.

L’insegnante, nella prima fase della sua lezione, presenta l’argomento del video e, se lo ritiene necessario, trascrive alla lavagna alcune parole-chiave. La durata della visione del video è estremamente variabile, può trattarsi di un intero film di due ore, solo di una scena o di un dialogo. La visione è seguita prima da esercizi per la comprensione globale ( domande a risposta aperta, domande a scelta multipla, domande del tipo vero/falso, elementi da riordinare, transcodificazioni, griglie da riempire ), poi da esercizi più analitici ( domande su specifici aspetti grammaticali, testuali e socioculturali, lavoro sulla trascrizione del sonoro con esercizi di cloze, incastro o abbinamento, con la ricostruzione di battute di una conversazione o il riordino e l’inserimento in una griglia di determinati elementi incontrati nel testo ). Ogni studente, successivamente, può ripetere o interpretare in maniera creativa i dialoghi ascoltati, discutere il tema del filmato, agire linguisticamente in situazioni simili a quelle presentate, descrivere personaggi o ambienti, riferire ciò che ha compreso, formulare ipotesi sull’inizio o gli sviluppi della vicenda, scrivere una sceneggiatura alternativa.

Occorre tener conto di un problema in ordine all’uso degli audiovisivi per la fase di comprensione: si rischia quasi sempre che la comprensione di un video avvenga attraverso gli occhi più che attraverso uno sforzo esclusivamente linguistico.

L’uso degli audiovisivi nella didattica:

- permette un’efficace presentazione degli aspetti culturali del paese di cui si studia la lingua;

- offre la possibilità di fermare e ripetere le scene presentate;

- favorisce la comprensione delle varietà sociolinguistiche;

- costituisce un elemento importante nella fase di motivazione di un’unità didattica;

- può risultare un’occasione per introdurre in una classe materiale autentico

venerdì 30 dicembre 2011

appunti sull'immigrazione 2

UN FORZA LAVORO DEBOLE E FLESSIBILE

Gli immigrati costituiscono una forza lavoro debole e pronta ad accettare qualsiasi condizione lavorativa, priva di diritti sociali e di tutele. I grandi imprenditori influenzano l’operato dei governi, che richiamano, ridimensionano o espellono gli immigrati in relazione all’andamento dell’economia. Ci sono capitalisti che preferiscono un’immigrazione regolare, mentre altri, che si trovano a competere in mercati poco remunerativi, tendono a favorire l’ingresso di immigrati irregolari, più facilmente sfruttati e utilizzati solo quando il mercato li richiede. In quasi tutti i paesi europei si registra una scarsa determinazione politica a combattere l’economia sommersa e il lavoro nero. In realtà, sono gli stessi recenti provvedimenti, volti alla deregolazione del mercato del lavoro, a favorire il lavoro irregolare. Le periodiche espulsioni risultano essere uno strumento per mantenere gli immigrati non autorizzati sotto una cappa di insicurezza, come tattica per rassicurare l’opinione pubblica interna. Un immigrato, inserendosi solitamente ai livelli più bassi del sistema occupazionale, eleva lo status dei lavoratori autoctoni, che si vengono a trovare a un gradino più in alto, con l’effetto di diminuire l’intensità dei conflitti di classe.

L’ITALIA AGLI ITALIANI

Da sempre popoli con lingue, religioni e colori della pelle diversi, entrano in contatto tra loro e si mescolano per generare un nuovo popolo. L’uomo facilmente dimentica queste dinamiche che sono alla base della storia dell’umanità. Il concetto di nazione è recente, risale al ‘700. È stato usato per la costruzione della coesione socio-politica interna ai nuovi Stati settecenteschi. Oggi il malcontento sociale ed economico di uno Stato sposano il timore di perdere l’identità nazionale e di rischiare il collasso dell’unità politica. Diversità etnica e immigrazione sono viste come minacce per l’unità nazionale e per il livello di benessere raggiunto.

BUROCRAZIA AD ALTO TASSO DI DISCREZIONALITÀ

In occasione di provvedimenti legislativi, la loro applicazione varia da questura a questura. Funzionari danno luogo a casi frequenti di disparità di trattamento, di contenziosi prolungati e di peregrinazioni da una questura all’altra alla ricerca di quella più disponibile ad accogliere le ragioni dell’immigrato che vuole regolarizzare la sua posizione.

sabato 24 dicembre 2011

decrescita felice: l’antidoto alle migrazioni globali

L’attuale sistema economico si basa sull’interdipendenza tra le economie nazionali e accentua il divario tra paesi ricchi e paesi poveri. Gli squilibri socio-economici tra le aree del nostro mondo alimentano un incessante flusso migratorio. Un numero crescente di contadini abbandona l’autoproduzione di beni, cioè l’agricoltura di sussistenza dove la vendita è limitata alle eccedenze, per andare a produrre merci e guadagnare in cambio il denaro necessario a comprarle. L’abbandono delle campagne e il trasferimento nelle città comporta costi sociali e ambientali elevatissimi. Si perdono le tradizioni, la vita in comunità e una certa manualità, si lasciano modelli ecosostenibili per accrescere aree urbane con un impatto ambientale devastante .

Uno stile di vita ispirato dai principi della decrescita felice, pertanto non omologato sui modelli consumistici, oltre a migliorare la qualità della vita di chi lo pratica, può contribuire a rimuovere le cause che inducono a emigrare.

A livello politico non c’è una reale volontà di arrestare i flussi migratori in corso, poiché si persegue il modello economico fondato sulla crescita infinita del consumo di merci, tale crescita ha bisogno di un numero sempre più alto di produttori a basso costo e di consumatori dipendenti dal mercato.

domenica 11 dicembre 2011

appunti sull'immigrazione 1

GLI IMMIGRATI PROVENGONO PER LO PIÙ DA PAESI MOLTO POVERI?

Secondo la percezione comune, l’immigrato è lo straniero povero, così come l’extracomunitario. In realtà, in Italia i gruppi più presenti ( rumeni, albanesi, marocchini, cinesi e ucraini ) provengono da stati appartenenti ad una fascia socio-economica media. L’emigrazione, nella maggior parte dei casi, va considerata come una strategia per difendere uno status economico di una classe media. Tecnicamente un rumeno non può essere considerato un extracomunitario poiché la Romania è un membro dell’Unione Europea.

GLI IMMIGRATI CHE GIUNGONO IN ITALIA SONO RIFUGIATI?

Solo il 15% dei rifugiati nel mondo esce dai paesi del terzo mondo e avanza una richiesta di asilo, la restante parte si sposta nei territori circostanti l’area di crisi. Pochi rifugiati raggiungono la nostra sponda.

COME ARRIVANO I CLANDESTINI?

Il clandestino è colui che supera un confine in maniera illegale, riesce praticamente ad entrare nel nostro territorio evitando qualsiasi controllo. I clandestini giunti in Italia costituiscono solo il 5% degli immigrati irregolari. La maggior parte degli immigrati giunge con un visto turistico, dopo 90 giorni non rientra nel suo paese e inizia così la sua permanenza irregolare. Il nostro Paese ha tolto l’obbligo del visto a tutti i paesi dell’area balcanica ( compresi Serbia, Montenegro e Albania ) e al Brasile, in questi casi occorre solo un passaporto per l’ingresso. A una tale apertura sostenuta da interessi economici, corrisponde una posizione politica diversa.

QUALI SONO LE INZIATIVE PER REGOLAMENTARE L’IMMIGRAZIONE?

L’Italia ha varato finora delle norme aspre sull’immigrazione irregolare, arrivando a considerarla un reato. Tali norme non vengono applicate, o almeno solo in piccola parte. Perché? C’è una carenza di denaro, forze dell’ordine e risorse che rendono impossibile l’espulsione di tutti gli immigrati irregolari. Inoltre, per mandar via un immigrato, occorre prima di tutto un accordo con il paese estero interessato, che può non riconoscerlo. La politica e la percezione comune, influenzata dai mass media, vedono l’immigrato come una minaccia, ma cedono agli interessi dell’economia ( che ha bisogno di manodopera, poiché 3 ragazzi italiani su 4 conseguono un diploma di scuola superiore e non sono disposti a raccogliere i pomodori o a curare un vecchio 24 ore su 24 ) e delle famiglie ( che si tengono in casa badanti e babysitter senza permesso di soggiorno, senza i quali non saprebbero come gestire la cura di anziani e bambini ).

GLI IMMIGRATI NON PROVOCANO UN AUMENTO DELLA CRIMINALITÀ?

Il numero degli immigrati nelle carceri è in aumento per diversi motivi: un giudice non dà mai gli arresti domiciliari ad una persona senza permesso di soggiorno e senza fissa dimora; i loro reati per lo più sono collegati alla loro condizione, infatti tentano di procurarsi in maniera illegale il permesso di soggiorno o scappano di fronte ad un controllo; le organizzazioni criminali gli affidano i ruoli più esposti ( è più facile intercettare forme di criminalità che coinvolgono gli immigrati rispetto a quelle che interessano gli italiani ).

LA LEGGE SULLA CITTADINANZA PER GLI IMMIGRATI REGOLARI

Sulla cittadinanza l’Italia è il paese più restrittivo dell’Europa Occidentale. La Grecia dal 2010 non lo è più. In Italia per richiedere la cittadinanza un immigrato deve attendere 10 anni di residenza regolare, a quel punto presenta la domanda, passano alcuni anni per i controlli previsti e alla fine, molto spesso, la richiesta viene respinta. È molto più facile ottenere la cittadinanza se un immigrato sposa una donna italiana. Per i bambini nati in Italia da genitori stranieri, l’iter è ancora più lungo e tortuoso: occorre aspettare il 18° anno di età ed essere stati presenti sempre sul territorio italiano ( al massimo è tollerata un’interruzione di 3 mesi ).

Fonte Prof. M. Ambrosini.

giovedì 8 dicembre 2011

come spiego la grammatica italiana ai bambini non italofoni?

La grammatica insegnata nel modo più tradizionale risulta noiosa e gravemente demotivante. Segue il metodo deduttivo: si spiega la regola, poi l’allievo l’applica meccanicamente negli esercizi.

Bisogna, invece, far giungere il bambino induttivamente alle regole grammaticali. È a partire da un testo o da un dialogo che si ricava la norma.

In base ad una prospettiva induttiva l’insegnante fa riflettere il bambino sul testo letto o sul dialogo ascoltato stimolandolo a:

- creare ipotesi sul funzionamento della lingua; ad esempio, si possono far cerchiare i plurali – se questo è l’obiettivo morfologico della lezione – e poi chiedere all’allievo di ipotizzare il modo in cui si forma il plurale in italiano secondo le sue osservazioni;

- verificare se nella realtà quotidiana l’ipotesi viene confermata;

- procedere alla fissazione del meccanismo;

- giungere ad una sistematizzazione consapevole, ad uno schema esplicito, che possa servire anche per riferimento in futuro.

L’insegnante può ricorrere ad una serie di tecniche che consentono di indurre l’allievo alla riflessione linguistica:

- tecniche di natura insiemistica: costituzione e manipolazione degli insiemi, quali attività di inclusione, esclusione, seriazione e sequenziazione. L’allievo si trova di fronte un insieme disomogeneo e gli viene chiesto di ridistribuirlo in insiemi omogenei ( inclusione ) o di eliminare le disomogeneità togliendo alcuni elementi ( esclusione ). L’inclusione e l’esclusione risultano una piacevole sfida per l’allievo. Si può chiedere di riordinare un insieme caotico in base ad un parametro: in base alla quantità ( nessuno < solo uno < qualche < molti < tutti ) o alla frequenza ( sempre < spesso < raramente < mai ). Una particolare seriazione è la sequenziazione: all’allievo si chiede di riordinare un insieme caotico secondo un ordine temporale, collocando gli avverbi di tempo oppure le forme verbali lungo una linea di tempo che parte dal passato più remoto e giunge al futuro più lontano. La sequenziazione è utile per far riflettere sui connettori di tempo e sulla consecutio temporum;

- griglie da completare;

- riempimento di spazi vuoti;

- identificazione degli errori in alcune frasi date: questa tecnica va proposta quando la regola è completamente acquisita, per non generare forme devianti. La caccia all’errore può risultare stimolante.

Ai fini della valutazione generale, gli errori grammaticali non dovrebbero essere fortemente penalizzanti, vanno considerati anche l’avvenuta comprensione e i contenuti. Si sa che per l’allievo straniero l’italiano è la sua seconda lingua, ciò non deve risultare un elemento discriminante, soprattutto se mostra tutta la sua volontà di raggiungere il livello di competenza linguistica dei compagni di classe.

Ricordo il metodo di valutazione adottato da una docente di lettere di un liceo fiorentino. Per i compiti in classe d’italiano fissava una valutazione unica e globale, fatta eccezione per un’allieva peruviana. Per questa allieva distingueva un voto per la forma e un voto per il contenuto, poi calcolava la media per avere un unico valore numerico da registrare sul suo registro. In questo modo la docente si proponeva di tener conto e gratificare la volontà di studiare della sua allieva, che emergeva chiaramente dai contenuti dei compiti.

martedì 29 novembre 2011

conoscersi e conoscere attraverso il metodo autobiografico

L'autobiografia è uno dei metodi attraverso cui un allievo può comprendere se stesso e progettare il proprio futuro. Risulta molto spendibile per una didattica interculturale, poiché, con la narrazione della propria vita, della propria cultura, delle vicende che l'hanno portato in un paese diverso da quello d'origine, il bambino e l'adolescente straniero possono riflettere e farsi capire dagli altri, comunicare esperienze e stabilire relazioni, mantenendo i legami con la propria identità storica e culturale. Il metodo autobiografico attiva nei bambini un processo introspettivo e autoriflessivo, aiuta a ricomporre i momenti della propria vicenda esistenziale, incoraggia ad essere consapevoli del proprio modo di rappresentare se stessi, le cose e gli altri[1].

Duccio Demetrio afferma che le storie di vita, da ascoltare, scrivere, leggere o far leggere ad altri, da raccogliere e custodire, sono pertanto una straordinaria opportunità interculturale; rappresentano forse il momento cruciale di ogni incontro[2]. L'autobiografia risulta un metodo pedagogico ricognitivo, in cui una storia è messa di fronte all'autore legittimo, nel desiderio di autorappresentazione che genera un insieme di eventi condivisi da altri. Attraverso il racconto autobiografico il bambino o l'adolescente italiano o straniero, raccontandosi, costruisce l'immagine di se stesso, degli altri, del mondo in cui vive, mettendo in atto processi cognitivi ed emotivi. Nel momento relazionale dell'incontro, colui che narra si sente riconosciuto e confermato dall'interesse dell'altro, dalla disponibilità di uno sguardo, da parole incoraggianti, dal tempo che gli viene dedicato. Si produce inoltre un «effetto di autostima»: colui che narra acquisisce la consapevolezza di saper narrare e gli viene offerta un'occasione per potersi esprimere meglio; il narratore recupera la propria soggettività attraverso la riscoperta della propria storia di vita e guadagna piacere nell'uso della prima persona.

Il docente, oltre a valorizzare le capacità di espressione orale, deve valorizzare la capacità di scrittura, abituando i suoi allievi - italiani e stranieri - all'esercizio della narrazione e della trascrizione, sollecitando il discente con domande relative alle esperienze fondamentali nella vita di ogni uomo: l'amicizia, lo studio, lo svago, l'amore, il dolore. La scrittura ha in particolare lo scopo di potenziare e di rendere più intensa la capacità di analisi interiore e la consapevolezza di sé, attuando nel narratore un processo di rielaborazione, che si rende necessario per tradurre in forma scritta le proprie riflessioni e i propri pensieri. Nel racconto autobiografico di bambini stranieri possono trasparire emozioni, smarrimento e disorientamento, stupore per nuove scoperte. Il racconto autobiografico, in una didattica interculturale, è fondamentale poiché dalle storie individuali dei singoli alunni emerge ciò che ci unisce, vale a dire gli elementi che sono comuni a ogni biografia di infanzia e di adolescenza, e ciò che ci differenzia, vale a dire tutti quegli elementi che sono specifici della cultura di appartenenza.

Per accettare la cultura degli altri, una cultura che non appartiene alla nostra tradizione e alla nostra storia, è indispensabile innanzitutto conoscersi a fondo, in modo tale che sia possibile mettere in atto un confronto. È necessario cambiare il punto di vista soggettivo per ascoltare, dialogare, comprendere e confrontarsi su un piano di parità, per essere solidali e cooperativi. Per avvicinarsi all'altro bisogna distaccarsi da noi stessi e assumere un'ottica differente. L'autobiografia ci può aiutare, poiché attraverso di essa possiamo riflettere sulle nostre usanze, sui nostri valori, sui nostri comportamenti e paragonarli a quelli di coloro che provengono da altre culture e da altri luoghi.

L'autobiografia insegna anche la decostruzione, ossia il mettersi in discussione, l'allontanarsi da sé, l'abbandono dell'esaltazione della nostra appartenenza, che ci impedisce di capire gli altri e ci ostacola nell'aprirci a nuove esperienze. Solo se diamo all'altro una dignità pari alla nostra, può scaturire la comprensione reciproca e un dialogo fecondo.



[1] Cfr. G. Favaro, Mediazione e intrecci di culture. Percorsi di didattica interculturale, in D. Demetrio, G. Favaro, Didattica interculturale. Nuovi sguardi, competenze, percorsi, Franco Angeli, Milano, 2002, p. 140.

[2] Ivi, p. 64.